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Qualcosa che ho imparato a Taipei |  What I have learned in Taipei

Updated: Jan 1, 2026

[IT - English version below] Un po’ all’ultimo minuto, ho sentito che c’era un ultimo post che avevo desiderio di scrivere, prima di salutare il 2025. È dedicato a Taipei, una città che mi è rimasta dentro, e che è rimasta credo il mio centro di gravità per l’intero anno, dopo esserlo stato in quello precedente, dal momento in cui mi è capitato di atterrarvi e trascorrervi uno dei mesi più belli. Questi ultimi giorni mi hanno riportato, mentalmente, lì, ricordandomi che è stata anche la città di cui ho nutrito le mie più recenti ambizioni accademiche. Il caso ha voluto che mentre nei cinema italiani usciva Left-Handed Girl, in mandarino左撇子女孩 e in italiano La mia famiglia a Taipei (la celeberrima fantasia dei distributori nostrani), scritto e diretto da Shih-Ching Tsou, mi trovassi a leggere un libro che era rimasto sul mio comodino dalla primavera scorsa, dell’autore taiwanese Wu Ming-Yi (in cinese mandarino: 吳明益) – a chi se lo chieda, specifico che si scrive con caratteri diversi con cui si scrive il nome dei Wu Ming nostrani, che significa, a seconda della pronuncia e dei caratteri, nessun nome (无名), o cinque nomi(五名). Il romanzo, intitolato La bicicletta rubata (單車失竊記) risale in realtà al 2015, ed è finalmente arrivato in Italia in traduzione di Maria Rita Masci dopo essersi segnalato come il primo libro taiwanese a essere candidato al Booker Prize, nel 2018. Pochi giorni prima, coincidenza ha voluto che mi trovassi tra le mani un romanzo di Charles Yu che mi avevano chiesto di recensire, How to Live Safely in a Science Fictional Universe (2010, brillantemente tradotto da Claudia Durastanti col titolo Come sopravvivere in un universo di fantascienza), autore anche lui di origini taiwanesi, ma nato a Los Angeles. Di Yu, ho ordinato subito il precedente Interior Chinatown, suo romanzo più importante (2023, anche questo tradotto da Durastanti, col titolo Chinatown interiore), e ho visto la serie TV che ne era stata tratta per Hulu. Infine, attraverso Yu sono risalito alla serie TV diretta da suo fratello Kelvin per Disney+, tratta da un graphic novel di Gene Luen Yang e intitolata American Born Chinese, che presenta più o meno l’intero cast di Everything Everywhere Alla at Once (2022), il film che mi ha introdotto in questo viaggio nelle molteplici forme della cultura cinese. Il 2025 è stato un anno che mi ha portato spesso a meravigliarmi di fronte alla combinazione delle coincidenze, e questo finale di anno mi ha ribadito questo aspetto, per così dire, ma soprattutto, è stato un anno che mi ha riportato spesso a Taiwan, anche senza che ci provassi, anche se purtroppo non fisicamente.

 

Quello che mi ha affascinato del libro di Wu, un romanzo-saggio ibrido, in prima persona, che a tratti mi ha riguardato la struttura di L’ultima Acqua di Chiara Barzini, se non fosse che l’autore rende chiaro che il protagonista non coincide con chi scrive, rielabora vicende della propria famiglia parallelamente a momenti di storia di Taiwan, seguendo una serie di biciclette, di collezionisti di biciclette, e dei vari momenti dell’evoluzione dell’industria della bicicletta locale, parallelamente a quella giapponese, soffermandosi soprattutto sui decenni precedenti all’arrivo del Kuomintang, in cui il paese era legato strettamente alla geopolitica giapponese. Le varie storie si snodano soprattutto intorno alla misteriosa sparizione della bicicletta del padre scomparso dell’autore, e parallelamente evocano contesti per riflessioni sulla fotografia, sulla memoria, sulla famiglia, oltre che momenti di nostalgia per quella fase di storia giapponese di Taiwan, che si percepisce spesso muovendosi tra le strade di Taipei. Una cosa che mi ha sorpreso è la presenza di riferimenti alla cultura italiana che affiorano all’improvviso tra le pagine del libro, in misura molto maggiore rispetto a qualsiasi altra cultura straniera, inclusi gli Stati Uniti, che di solito sono molto presenti nella vita taiwanese. Oltre all’evidente ed esplicita citazione del film Ladri di biciblette di Vittorio de Sica, si ritrovano menzioni di passaggi di Italo Calvino e Umberto Eco, ma anche una citazione di Faliero Masi, costruttore di biciclette italiano, negli inserti di storia della bicicletta a Taiwan che intervallano i racconti principali. L’apparizione di elementi di italianità mi aveva sorpreso anche nelle mie settimane a Taipei, prevalentemente gastronomici – una panetteria a Da’an che vendeva un’ottima focaccia genovese, una pizzeria napoletana a Dongman, il tiramisu nel mio caffè preferito – ma anche cinematografici e letterari: per esempio, la traduzione dei libri di Elena Ferrante in bella mostra in una bellissima libreria del centro, oltre ai riferimenti visivvi dichiarati a Pasolini nel cinema di Hou Hsiao-Hsien e ad Antonioni in quello di Edward Yang. Perciò, tornato in Italia, avevo subito cominciato a pensare a progetti per poter finanziare un ritorno a Taiwan. Avevo preso il volume di Wu, uscito in primavera, appunto mentre lavoravo a un progetto di ricerca che non è stato finanziato – uno dei tanti nella mia carriera – e che dunque non mi ha portato a Taipei come desideravo. In primavera, avevo scoperto, sempre per un gioco di combinazioni, una copia di un libro del 1983 dello scrittore taiwanese Pai Hsien-yung, autore del classico Gente di Taipei (臺北人 o 台北人, in mandarino tradizionale o semplificato), tradotto in inglese come Crystal Boys (孽子, in mandarino, “figlio del peccato”) e riscoperto il cinema di Hou a partire da The Boys from Fengkuei (風櫃來的人). Avevo elaborato il progetto mentre scrivevo il mio libro su Pasolini, e forse anche per questo, i due autori mi sembrava che avessero molto più da spartire con Pasolini di quanto si immagini, soprattutto in relazione alla sua visione della gioventù urbana e di quella rurale cresciute a ridosso della modernità che invadeva Taiwan, nello stesso periodo in cui assaliva le città italiane. Avevo intenzione di chiedere un parere a Roberto Chiesi, studioso del cinema di Pasolini che ha pubblicato anche un volume dedicato al cinema di Hou, ma poi non mi è più capitato, perché intanto era uscito il libro e mi era già passato di mente Più in generale, spendere un mesetto a Taipei durante il mio soggiorno asiatico mi ha insegnato che anche Italia e Taiwan sono state avvicinate dalla propaganda consumistica tra gli anni CInquanta e Settanta, e come Pasolini, Pai e Hou hanno dedicato la loro opera a immortalare alcune figure che con la loro gioventù irregolare mettevano in discussione la stessa omologazione, anche se con parole diverse e in modi originali: un discorso analogo a quello con cui nella tesi di dottorato ho avvicinato Pasolini a Philip Roth, per prossimità all’interno della medesima temperie culturale descritta dagli Stati Uniti negli anni della Guerra Fredda. Forse anche questa è una coincidenza, o un segno del destino, un invito a insistere e dedicare il mio 2026 alla ricerca di un sistema di comparazione globale di esperienze che hanno riflettuto sull’eredità americana da punti distanti. Tornando alla pagina scritta, Pai, autore che si è mosso tra Taiwan e Stati Uniti, figura controversa e scandalosa quando Pasolini, omosessuale dichiarato e costretto ad emigrare oltreoceano per fuggire ai conflitti col proprio genitore non diversamente da quanto era accaduto a Pasolini in Italia quando è scappato a Roma, è un po’ un punto di tramite tra i fratelli Yu, che sono nati negli Stati Uniti, e Wu, che invece è ben radicato nel contesto culturale dell’isola. Nel progetto precedente su Taiwan, che pure non mi è stato finanziato, avevo provato ad analizzare queste connessioni transoceaniche ripercorrendo le dinamiche che hanno ridefinito la famiglia tardomoderna, ancora una volta rifacendomi al mio progetto sulla famiglia italiana transnazionale che aveva al centro la famiglia italoamericana, mai finanziato neppure quello: il mio primo progetto postdottorale. Ripensare a queste cose, dall’Italia agli Stati Uniti a Taiwan, mi ha fatto riflettere su come sia dai progetti non finanziati che nascono quelli vincenti, che invece vanno in porto, magari in un altro periodo, e in una forma radicalmente diversa: in fondo, negli Stati Uniti ci sono andato comunque, anche senza portare con me nessuna famiglia italoamericana da ridefinire, ed è quel progetto fallito che, rivisto e rivisitato, ci ha portati qui. È un modo per scrivere, insomma, che nel 2025 sono stato visitato da numerosi fantasmi accademici, proprio mentre mi confrontavo con la difficoltà a descrivere processi e ragionamenti in un formato accademico che mi ha allontanato dalla scrittura di questo tipo avvicinandomi alla dimensione che ho cominciato ad esplorare, scrivendo il libro appena uscito su Pasolini per la saggistica più generalista, per Feltrinelli, mentre pubblicavo online le prime due edizioni dell’antologia digitale a cui appartiene questo blog, nonché il blog medesimo, che ambiscono a raggiungere un pubblico più vario e molteplice.

 

Ennesima coincidenza, anche il libro di Wu ci ha messo dieci anni ad arrivare in Italia. Il 2025 dunque è stato un anno profondamente taiwanese, per me ma anche per l’Italia, che ha presentato al grosso pubblico un romanzo e un film provenienti direttamente da Taiwan. Forse è giusto che proprio Taipei mi abbia messo di fronte alla necessità di fare un bilancio dei dieci anni trascorsi dalla discussione del dottorato, nonché dell’esaurimento del percorso postdottorale che ho intrapreso a partire da quel giorno, allontanandomi dal tentativo, chiaramente illusorio, di poter trasformare una proiezione immaginaria della città in cui mi piacerebbe vivere in un posto concreto in cui trasferirmi, che mi aveva portato a Bristol, a Berlino, a Long Beach, finanche a Trieste. Si è trattato di un anno importantissimo per ritrovare il contatto con la realtà, forse il più importante a partire dal 2015. Ma è coi piedi ben saldi sul suolo della realtà che si costruiscono i sogni, diceva Henry David Thoreau: proprio quest’anno ho capito, ancora una volta, che quello che sto facendo è esattamente quello che avevo desiderato fare, e che il posto in cui mi trovo, sospeso tra università e tutto quello che c’è fuori, è quello in cui voglio essere: che la mia dimensione ideale è quella di un ricercatore indipendente che pubblica le sue ricerche nel contesto che gli appare più consono. Laddove il quinquennio inaugurato dalla conferimento della borsa di ricerca a cui avevo tanto ambito – la fantomatica Marie Curie – ha probabilmente concluso quel percorso postdottorale, l’elaborazione dei due testi che mi hanno accompagnato nel corso dell’anno sono la mia scommessa per un futuro che annuncia la ricerca di nuovi percorsi, in linea se vogliamo con le direttive definite dalla borsa stessa: quella di esplorare nuovi formati per diffondere il sapere, adatti ad un’utenza che cambia, e che soprattutto al termine del quinquennio che cii ha ridefinito a partire dalla pandemia, ha  bisogno di nuovi approcci e nuovi formati. Dunque, il mio augurio per il 2026 è quello che chiunque riesca a trarre profitto dai propri fallimenti e che chi scrive trovi nuove strategie per portare avanti le proprie idee muovendosi tra pubblicistica e editoria mainstream e ricerca universitaria, come insegna l'esempio di Wu, nel tentativo di evitare che le idee restino soffocate da un contesto accademico che sempre più spesso privilegia il marketing al desiderio di trasmettere conoscenza. Forse, il mio lavoro su Taiwan non diventerà una pubblicazione accademica, ma sarà un saggio che si compra in una qualsiasi libreria, e non per questo sarà meno degno di attenzione. Oppure basta semplicemente avere trovato una propria Taiwan mentale in cui rifugiarsi. senza necessariamente scriverne o pubblicarne. Su questi presupposti, mi sento di aver onorato il mio 2025, e non averlo sprecato – vi auguro di poter realizzare lo stesso, e vi auguro un 2026 ancora più significativo, subito prima di andare al cinema a vedere Left-Handed Girl.


Jioufen, photograph by F. Chianese
Jioufen, photograph by F. Chianese

[EN] A bit last minute, I felt like there was one last post I wanted to write before saying goodbye to 2025. It is dedicated to Taipei, a city that has remained with me. I believe it has remained my center of gravity for the entire year, as it was the previous one, from the moment I landed there and spent there one of the most beautiful months of my life. These last few days have brought me back to Taipei mentally, reminding me that it was also the city where I nurtured my most recent academic ambitions. As luck would have it, while Shih-Ching Tsou's movie Left-Handed Girl was being released in Italian cinemas under the debatable title La mia famiglia a Taipei (My Family in Taipei), I found myself reading a book by a Taiwanese author that had been sitting on my bedside table since last spring. The book is entitled The Stolen Bicycle (in Mandarin Chinese: 單車失竊記, 2015) and is written by Wu Ming-Yi (吳明益). For those wondering, it is written with different characters than those used for Italian writer collective Wu Ming, which, depending on the pronunciation and characters, can mean either “no name” (无名) or “five names”(五名). A few days earlier, I was asked to review the novel How to Live Safely in a Science Fictional Universe (2010, brilliantly translated by Claudia Durastanti as Come Sopravvivere in un Universo di Fantascienza), written by Charles Yu, an Los Angeles-born author of Taiwanese origin. The discovery of this book led me to order his previous novel, Interior Chinatown (2023; also translated by Durastanti, as Chinatown Interiore), as well as the Hulu TV series based on the book and written by Yu. Then I also watched the series directed by his brother Kelvin for Disney+, based on Gene Luen Yang's graphic novel American Born Chinese. This series features the entire cast of Everything Everywhere All at Once (2022), the film that introduced me to this journey into the multiple forms of Chinese culture. 2025 has often left me marveling at coincidences. The end of the year reinforced this, so to speak. Above all, it was a year that brought me back to Taiwan even when I didn't try to, although unfortunately not physically.

 

I was fascinated by Wu’s novel, which seems an essay-memoir similar to Chiara Barzini’s L'ultima Acqua, yet making explicit its nature of fictional writing. The narrator is clearly an alter-ego of the writer and a writer himself and tells stories from his own family that unfold in parallel with moments in Taiwan’s history, by following the exchange of a series of bicycles between bicycle collectors while tracking the evolution of the local bicycle industry along with the Japanese one. The stories told are linked to the bicycle of the author’s disappeared father. What fascinated me were the references to Italian culture that suddenly emerged. In addition to the obvious reference to Vittorio De Sica's film Bicycle Thieves, there are mentions of Italo Calvino and Umberto Eco, as well as quotes from Faliero Masi, an Italian bicycle manufacturer. During my weeks in Taipei, I was also surprised by the sudden appearance of elements of Italianness, mainly gastronomic ones—an Italian bakery in Da'an, a Neapolitan pizzeria in Dongman, and tiramisu in my favorite café—but also literary examples, such as the display of Elena Ferrante's translated books in a beautiful bookstore downtown. Similarly, I was struck to spot visual references to Pier Paolo Pasolini's cinema in Hou Hsiao-Hsien's movies, or to Michelangelo Antioni's cinema in Edward Yang's movies. When I returned to Italy, I immediately started thinking of projects that would finance a return to Taiwan. I picked up Wu's book in the bookstore last spring, while working on a project destined to remain unfounded—one of many in my career—which did not take me to Taipei as I had hoped. In that period, I discovered a copy of a 1983 book by the Taiwanese writer Pai Hsien-yung entitled Crystal Boys (孽子 in Mandarin, meaning "son of sin"), published earlier than his classic People of Taipei (臺北人 or 台北人 in traditional or simplified Mandarin). Meanwhile, I rediscovered the cinema of Hou and his The Boys from Fengkuei (風櫃來的人). Perhaps because I developed this project while writing my book on Pasolini, the two authors seemed to have much more in common with Pasolini than one might imagine, particularly with regard to their vision of urban and rural youth growing up in the shadow of modernity. This modernity was invading Taiwan at the same time it was affecting Italian cities. I intended to ask Roberto Chiesi, a Pasolini cinema scholar who has also published a volume dedicated to Hou's cinema, for his opinion, but then my book was out and it slipped out of my mind. However, spending a month in Taipei during my Asian journey taught me that Italy and Taiwan were brought closer together by the same consumerist propaganda disseminated by the United States between the 1950s and 1970s. Like Pasolini, Pai and Hou dedicated their work to immortalizing figures who challenged conformity with their unconventional youth, albeit in different ways. This is a similar approach to the one I took with Pasolini and Philip Roth in my doctoral thesis due to their proximity within the same cultural climate of the United States during the Cold War years. Perhaps this is also a coincidence or a sign of destiny, an invitation to persevere and dedicate 2026 to searching for a global system that compares experiences reflecting on the American legacy from distant points of view. Returning to the written page, Pai, an author who moved between Taiwan and the United States and a controversial and scandalous figure, is somewhat of a link between the Yu brothers, who were born in the United States, and Wu, who is deeply rooted in the cultural context of the island. Not unlike what had happened to Pasolini, Pai was an openly homosexual man forced to emigrate overseas to escape conflicts with his father. In my previous, equally unfunded, project on Taiwan, I attempted to analyze transoceanic connections by examining the dynamics that redefined the modern family. Once again, I drew on my unfunded project on the transnational Italian family, which focused on Italian American families. That project was my first postdoctoral project proposal. Reflecting on these projects, from Italy to the United States to Taiwan, made me realize that successful projects often originate from unfunded ones, perhaps taking shape in a different form and at a later date. After all, I spent two years in the United States, even without bringing any Italian American families to redefine, and that failed project, revised and revisited, has brought us here. In short, it's as if, in 2025, I was visited by numerous academic ghosts, while I was grappling with the difficulty of describing processes and reasoning in an academic format that distanced me from this type of writing. This brought me closer to the context I began to explore while writing the recently published book on Pasolini, which is intended for a more general essay readership, along with the first two editions of the digital anthology to which this blog belongs, as well as the blog itself, aimed to reach a more varied and diverse audience.

 

Coincidentally, Wu's book also took ten years to arrive in Italy. 2025 was a significantly taiwanese year for Italy and for myself, so perhaps it is fitting that Taipei made me realize the importance of reflecting on the past ten years, from my doctoral thesis defense to the completion of my postdoctoral studies. I moved away from the clearly delusional attempt to transform an imaginary projection of the city where I would like to live into a concrete place to move to, which had led me to Bristol, Berlin, Long Beach, and even Trieste. 2025 was a pivotal year for reconnecting with reality, perhaps the most significant since 2015. Yet it is with our feet firmly planted on the ground of reality that dreams are built, said Henry David Thoreau. This year, I realized once again that I am doing exactly what I want to do and that I am where I want to be, suspended between university and the outside world. My ideal role is that of an independent researcher who publishes his work wherever he sees fit. The five-year period that began with the achievemnt of the prestigious Marie Curie research grant probably concluded my postdoctoral path. The two texts I elaborated throughout the year are my bet for a future that explores new paths. This is in line with the fellowship's guidelines: to disseminate knowledge through new formats suited to a changing audience. This is especially important at the end of the five-year period that has redefined us since the pandemic. Therefore, my wish for 2026 to all is to find a way to make profits out of your failuers, and to all writers, to find new strategies to carry forward our ideas, moving between mainstream press and publishing and university research, by taking inspiration from Wu. This will help prevent ideas from being stifled by an academic context that increasingly favors marketing over transmitting knowledge. My work on Taiwan may not be published in an academic journal, but it will be an essay available for purchase in any bookstore, which will not make it any less valuable. Or, perhaps, one only needs to have their own Taiwan of mind, where seeking refuge, without feeling the need to write or disseminate about it. Based on this, I feel that I have honored my 2025 and not wasted it. I hope you can do the same and have an even more meaningful 2026. Now, if you excuse me, I will go to the cinema to see Left-Handed Girl.

 
 
 

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