top of page
Search

I "falsi amici" di Claudia Durastanti

6 days ago
12 min read

La settimana scorsa, quando ho chiesto in libreria se fosse arrivato Falsi amici, il nuovo libro di Claudia Durastanti, la libraia è partita spedita verso lo scaffale della narrativa, alla lettera D, poi l’ho vista aggirarsi per gli altri scaffali un po’ spaesata, infine, è tornata al bancone sconfitta e in uno stato di evidente agitazione. Mi era venuto da sorridere, perché sapevo che il volume non sarebbe stato nello scaffale della narrativa, trattandosi di un libro di saggistica, e proprio per questo motivo, io per primo non avevo idea di dove sarebbe finito, in quella libreria ordinata in modo maniacale e secondo criteri rigorosissimi, propri dei triestini. Interrogando il computer abbiamo scoperto che, secondo il distributore, Falsi amici andava collocato nello scaffale della critica letteraria, di cui la libreria peraltro non era provvista. A quel punto mi è venuto da sorridere ancora di più – in quanti modi si poteva interpretare quel titolo, Falsi amici? – e la curiosità ha cominciato a divorarmi, tanto che uscito dalla libreria mi sono seduto in uno dei baretti di Ponterosso e ho cominciato a frugare tra le pagine del volumetto, saltando da un capitolo all’altro come si conviene a una raccolta di saggi, per poi mettermi a leggerlo seguendo religiosamente l’ordine prestabilito quando ero ormai comodo a casa. Credo si possa concordare che Falsi amici si presenti come una raccolta piuttosto organica di undici saggi decisamente eterogenei, che si costringe a fatica nel bancone della saggistica, quanto il precedente La straniera (2019) in quello della narrativa – ricordiamo che nelle diverse traduzioni, questo libro è finito a volte nella memorialistica, altre nella fiction. Del precedente, l’autrice ha ripreso l’andamento rapsodico, la scrittura ragtime, con una sicurezza superiore. Appare subito chiaro che questo non è un libro di passaggio: il formato esiguo nel numero di pagine non deve trarre in inganno, la densità della scrittura saggistica di Durastanti è capace di creare in poche pagine interi mondi e ci sottopone un altro libro spartiacque nella carriera dell’autrice, quanto nell’editoria italiana. Ed è nel suo destino mettere in difficoltà i librai e le libraie che devono collocarlo in uno scaffale.  

 

Ero venuto a sapere della pubblicazione di questo nuovo volume durante gli ultimi giorni del mio viaggio in Cina. Con la mente occupata da pensieri e riflessioni di altra natura, la notizia mi aveva colto abbastanza di sorpresa: sapevo che l’autrice stava lavorando a un libro nuovo, ma non credevo sarebbe uscito così presto. La copertina che circolava sui social media, una fotografia a mezza figura in bianco e nero di una donna con il viso coperto interamente da un cerchio rosa, piuttosto disturbante, aveva cominciato a tormentarmi al rientro, insieme alle prime indiscrezioni che suggerivano un’esplorazione della dimensione del personal essay, che in italiano è più solito definire saggio narrativo. Avevo letto le ultime cose che Claudia aveva scritto in inglese, soprattutto i saggi per Berlin Review, entrambi molto solidi e piuttosto ambiziosi e coraggiosi nella forma e nel contenuto: la forma del saggio sembrava metterla a suo agio e permetteva alla sua scrittura di esprimere una potenza tutta nuova, un nuovo strumento per l’esplorazione dell’io verso profondità ancora inedite. Ho notato subito che nella raccolta sono presenti le versioni rielaborate in italiano di questi due saggi, e trovato giusto che il suo pubblico italiano avesse modo di leggerli nella lingua che condivide con l’autrice, uno dei rari casi in cui, potremmo dire, si autotraduce, ma in realtà, sarebbe più opportuno dire che si reinventa. Le riflessioni portate avanti in questi due lavori, che in italiano sono diventati il primo saggio, Del maiale non si butta via niente, e il quartultimo, Fascio Romance,  il primo che interroga la complicata eredità di scrittori e scrittrici di origine working class, l’altro che esplora il fascismo dal punto di vista della scrittrice, fanno da cardine all’intera raccolta di saggi. Sono i due lavori più corposi e analitici e dettano le linee guida intorno a cui si sviluppa la riflessione negli altri capitoli, elaborando su argomenti a cui Claudia si è dedicata percorrendo negli anni molteplici vie che non si lasciano ridurre alla figura dell’autrice di romanzi: innanzitutto l’attività di traduttrice, ma anche nell’editoria e nell’organizzazione di e partecipazione a festival e attività culturali di vario tipo in diversi contesti e numerosi paesi. Per la loro autosufficienza, a una prima lettura ci sembra che questi due saggi rendano il libro meno coeso, ma in realtà gli restituiscono il sapore di quegli almanacchi che raccolgono lavori di tipo anche di formato disomogeneo, o una collezione di quadri che non si riduce a un unico colore, nonostante le intenzioni dichiarate dall’autrice. Il rosa che fa da filo conduttore alla raccolta infatti evolve verso sfumature di nero – su tutte, quella del fascismo – acquisendo tonalità che l’avvicinano a tinte più brillanti o accese. Sicuramente spicca il rosso dei saggi centrali, che espandono la palette includendo il colore del sangue: prima, in Gli ultimi giorni di Beverly Marsh, quello della verginità persa dalla protagonista in Lolita di Nabokov e dal personaggio di Beverly Marsh in It di Stephen King, che introduce una prospettiva sulla violenza di genere mediata dallo sguardo dell’autore che la rappresenta, per poi evolvere attraverso nel rosso tragico del sangue che impregna le scarpette di Amy Whinehouse e nella rievocazione della brutale relazione tra Syd Vicious e Nancy Spungen culminata nell’assassinio di questa in Un paio di ballerine rosa, poco prima di addentrarsi nella mostruosità del fascismo, ripresa in chiusura con un riferimento finale alla poesia Daddy di Sylvia Plath. Si procede in modo spesso spericolato, dimostrando che si può parlare di femminilità anche parlando di fascismo – d’altra parte, come possiamo giustificare altrimenti il governo Meloni? – nonché di traduzione, quando si presta al discorso su come si dice il sesso nei romanzetti d’amore da edicola in In morte della traduttrice di romanzi erotici, in cui il grigio delle ostriche stempera le tonalità di nero prima di giungere al decimo saggio, Cuore di tenebra, che chiaramente riprende il classico di Joseph Conrad. Tutte queste esperienze risuonano nella voce dell’autrice, che procede solida pagina dopo pagina, trasmettendoci la sensazione che si possa scrivere un saggio che conserva il procedere di un romanzo.

 

Se ho nominato La straniera come spartiacque non è per sminuire la produzione precedente di Durastanti – piuttosto, come l’autrice ha confermato in conversazioni precedenti, si può considerare questo romanzo-non-romanzo un libro che inaugura la sua età adulta di autrice, riconoscendo nei precedenti le diverse fasi della sua adolescenza, oltre che il suo passaggio a un editore da cui chiaramente si sente supportata nelle sperimentazioni, quale si è rivelato La nave di Teseo. A me sembra che Falsi amici sia un po’ un suo spin-off, un po’ un suo satellite, un modo di riprendere in modo più ragionato alcuni temi esplorati in quel contesto, ma in una dimensione più consapevole e matura: da una parte c’è la riflessione su temi propri del femminismo e della provenienza da una famiglia working class e in molti modi poco convenzionale, dall’altra l’esplorazione più personale della dimensione della famiglia, che ora non si limita alle figure dei propri genitori ma contempla anche il punto di vista della mamma di una neonata. Allo stesso tempo, credo anche che non bisogni considerare Missitalia (2024), il romanzo più recente di Durastanti, e Falsi amici come due progetti separati, ma piuttosto come due volumi che si sono evoluti in parallelo, implicandosi a vicenda e completando un ideale trilogia con il lavoro di natura più ibrida che l’ha preceduto: è come se La straniera fosse stato separato in due, una metà che ambisce a essere soprattutto narrazione e l’altra invece soprattutto riflessione. Questo ci conferma che Durastanti si prende decisamente sul serio nella sua identità di saggista, con la stessa serietà con cui è tornata alla narrazione in Missitalia. Riprendendo parole di Fernanda Pivano che traduce F. S. Fitzgerald, che Durastanti ha inserito nel saggio Rosa d’America, in cui esplora approfonditamente sia l’autore americano sia la traduttrice italiana, direi che in Falsi amici Durastanti ha inserito un “sovrappiù”, quell’”extra” fitzgeraldiano, se vogliamo chiamarlo così, che rimane sotto la superfice dell’iceberg di cui sulla pagina di Missitalia abbiamo visto solo la punta, e che ha alimentato la scrittura saggistica che, visibilmente, l’autrice ha frequentato con insistenza mentre scriveva il suo romanzo. Mi è sembrato, insomma, che questi Falsi amici siano il prodotto delle riflessioni nate a margine dell’esercizio di scrittura creativa e di traduzione a cui l’autrice si è dedicata negli ultimi anni: The Great Gatsby di Fitzgerald, Great Expectations di Charles Dickens, nonché Heart of Darkness di Conrad, che da il titolo al penultimo saggio, mostrandoci un rosa che si è trasformato, passando attraverso varie sfumature, in nero. Ma seppure in origine possa essere nato come una raccolta di out-take preziosissimi, il volume appare come un tutto superiore alle sue singole parti, come le migliori raccolte di saggi critici – l’autrice, nel corso dei capitoli, cita Walter Benjamin, autore di cui ha certamente assorbito l’eclettismo di saggista, ma anche Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, un riferimento che torna spesso nelle sue interviste – presentandosi come una profonda riflessione su libri, autori e autrici, ma anche film, registi e registe, dischi, musicisti e musiciste, che sono passati per le mani dell’autrice nelle sue molteplici attività di critica culturale. La letteratura sembra occupare in ogni caso uno spazio maggiore, e Insieme a Fitzgerald, i nomi più presenti sono quelli di Cesare Pavese e Carla Lonzi, che è l’autrice maggiormente evocata, dando vita una triade che ritengo mostri che queste tre personalità possano avere molto più da condividere di quanto sia sembrato tenendole separate. Il numero delle citazioni identificabili, in ogni caso, è potenzialmente infinito.

 

Rosso, blu, rosa. Se mettiamo insieme le copertine di La straniera, Missitalia e Falsi amici, notiamo che la scelta del rosa come filo conduttore della riflessione dell’autrice in quest'ultimo volume riprende una riflessione sul colore inaugurata nella Straniera, nel capitolo in cui descrive la precisione della nonna sarta Rufina nella definizione delle tinte, ma anche in relazione all’attività di artista della madre. Il colore, che è stato un argomento centrale esplorato nella bella intervista che l’autrice mi ha concesso alcuni anni fa, subito prima che questo volume provocasse il terremoto che poi ha generato, e in cui ne ha rivendicato la centralità nel suo lavoro, sembra anche il filo che collega il lavoro delle donne nella famiglia di Claudia. Nel secondo saggio del volume, Deserto rosa, il colore è esplorato nella dimensione estetica delle tele di Ettore Spalletti a partire da una suggestione legata alla costa Azzurra, che richiama nella mente di Claudia il rosa di Tender is the Night, portancola a chiedersi: “Per esempio, gli era mai capitato di dare un colore sbagliato a una sensazione?” (36). Il rosa che si trasmette da un saggio all’altro in Falsi amici è in realtà un rosa assolutamente non rassicurante, un colore dietro cui anzi si nascondono profonde inquietudini. All’origine, nel primo saggio, si esplora una tonalità di rosa inaspettato, che non è quello della cameretta della stanza dell’amichetta d’infanzia evocata in apertura, ma piuttosto quello “setolato e pallido” del maiale prima della macellazione, un rosa che turba e agita: “non è un rosa gradevole, né un rosa morbido e ha lo spavento che suscitano tutte le cose vive ancora per poco” (18). Un rosa che dice di aver frequentato poco perché collegato a un rito del mondo contadino e che è stretto parente del rosso del sangue – qui emerge forte la voce di Pavese – ma che è la tonalità principale con cui si descrive con tratti molto decisi la difficoltà di uno scrittore di fare i conti con un background working class. Questo rosa è già, in potenza, il rosa pallido che si stempera nel nero degli ultimi saggi, soprattutto nell’ultimo, Speriamo che sia bella, che si presenta come una ricognizione delle molteplici varietà e declinazioni di rosa non ancora nominate, messe tutte insieme in una serie di frammenti che abbandona ogni tentazione centripeta per lasciarsi andare alla libera disseminazione di quante più possibili associazioni alle svariate varietà cromatiche. Si tratta di un “Rosa falso amico”, oppure “un rosa pallido che però non annerisca” (176), come quello delle ferite: “Se non si tratta di ferite mortali, ma di sbucciature alle ginocchia, è proprio quando il rosso diventa rosa che qualcosa guarisce” (174). Da una parte, il rosa che preclude la macellazione, quello che viene dal passato, dall’altra, il rosa di una rimarginazione, del presente vissuto nella forma della ricomposizione.

 

Nel continuo oscillare tra la propria esperienza personale e i riferimenti ad autori contemporanei e del passato, già il primo saggio definisce l’ambito primario della riflessione che l’autrice intende affidare alle pagine del libro interrogando profondamente la lettura e la capacità di riuscire a raccontare l’esperienza della povertà sulla pagina, soprattutto quando questo background diventa parte del passato e l’autore – “transfuga” – se ne va, inseguendo un successo che corrisponde all’insuccesso di altri nella medesima condizione. Al contempo, si evoca, per contraddizione, il tracollo che segue un momento di affermazione economica e la narrazione di una “mancata linearità della crescita” (23) che ritroviamo molto raramente nei romanzi dedicati a questo ambiente: l’autrice riporta come unico esempio l’esperienza di Pip in Great Expectations, una narrazione che contrasta la prospettiva di un’emancipazione economica e sociale progressiva che è la base del mito del “sogno americano”, oggi più che mai diventato anacronistico come le narrazioni della povertà degli anni Novanta a cui fa riferimento. L’estremo opposto è rappresentato dalla narrazione descritta da Nick Carraway in The Great Gatsby, che pur non essendo povero descrive un momento d’ascesa e di ritorno allo stato di partenza, parallelo ma diverso da quella del protagonista Gatsby, e la visione di un mondo dell’Ovest fatto di una solidità di sensazioni che rende probabilmente, per presupposto, i personaggi del libro inadatti a vivere a Est. Anche se non è nominato in modo esplicito, nell’Ovest di Nick risuona la Basilicata esplorata in La straniera e Missitalia, e il discorso oscilla alimentando una riflessione sulla propria scrittura autobiografica – quella che chiama “autosociobiografia” – e sul “costo” emotivo dei generi letterari, nonché quello effettivo che costringe a imparare a fare giornalismo culturale in una condizione socioeconomica che non permette la specializzazione della generazione precedente. L’emergere dell’io nella propria scrittura diventa, allora, una necessità dei tempi, un modo per sostituire l’impossibilità di una formazione che ci ha preceduti, più abbiente, e sottilmente, denuncia la perdita di spessore culturale progressiva come prodotto di un progressivo impoverimento della classe intellettuale, che trova nell’autofiction “una via di liberazione poetica quanto economica” (32).

 

Ma il rosa è anche un “Rosa sbiadito” che prende il posto del rosso sulla bandiera a stelle e strisce e rappresenta una riflessione sull’America che pure attraversa il volume, molto presente nel background dell’autrice, come è risaputo nata a Brooklyn, dove ha trascorso la prima infanzia, ed esplorata soprattutto a partire dal terzo saggio, Rosa d’America, che contiene una riflessione intensa sull’illusorietà di poter ripetere il passato. Nel racconto del ritorno a New York sognato da quand’era bambina e la presa di coscienza di una città trasformata dalla pandemia, il rosa del vestito di Gatsby diventa il verde della luce ormai spenta e di un’America che ha affievolito la sua spinta mitopoietica. Ma è soprattutto nel corrispondente capitoletto “Rosa pesca”, che si affianca a “Rosa sbiadito” nell’ultimo saggio, che ci confrontiamo con un senso di perdita totale della dimensione immaginaria di questo paese – “una sensazione di lontananza che non è più nostalgia e non è più rimpianto” (174) – che cambia anche nella definizione, riportato nella forma più distaccata degli Stati Uniti, e l’impatto di questa perdita, già anticipato dal punto di vista della prevaricazione della dimensione femminile, quando si affronta la rilettura di romanzi riconosciuti come momenti fondamentali dell’adolescenza, quali Lolita di Nabokov e It di Stephen King in Gli ultimi giorni di Beverly Marsh.  

 

Non mi dilungherò oltre nei capitoli successivi di questa indagine su “amore, violenza e altre sfumature del potere”, come recita il sottotitolo, lasciando al lettore almeno un minimo del residuo piacere della sorpresa. Piuttosto, approssimandomi alla chiusura, intendo sottolineare che della scrittura di Durastanti continua a colpirmi la facilità con cui trasforma idee in espressioni verbali di indiscutibile felicità, che sembrano costruirsi sulla pagina in modo non mediato, come si fossero definite da sole. Ho adorato, nel Prologo, il modo in cui l’autrice descrive l’iper-presenzialismo imposto dai media, che ha anestetizzato il mondo intellettuale: “Nessuna carestia aveva decimato gli intellettuali e nessuno li aveva ritenuti troppo scomodi: gli intellettuali si erano semplicemente suicidati rispondendo troppe volte al telefono” (15). Appare palese che chi scrive, come qualsiasi lettore abbia accettato l’invito a giocare dell’autrice, potrebbe andare avanti per pagine e pagine, raccogliendo gli infiniti rimandi testuali e le possibili combinazioni del rosa e dei colori, ma immagino che una recensione serva soprattutto a invogliare un potenziale lettore piuttosto che rubargli tempo prezioso da dedicare al libro di cui sopra. Perciò vorrei concludere questa lunga recensione con una dichiarazione di un certo peso: forse l’unico modo per far sopravvivere la critica letteraria, oggi, è scrivere un libro come questo, ricordando che lo stesso Benjamin, un secolo fa, ha scritto suoi capolavori partendo da un approccio sconsiderato e rivoluzionario, quale oggi ci appare il ricorso all’io introdotto da Durastanti. Al di là delle difficoltà a classificarlo, o forse proprio per questo, mi è parso che questo nuovo volume sia il prodotto di un’operazione importante e non una semplice raccolta, e che lo scaffale della critica letteraria sia esattamente il posto dove metterlo, anzi, se necessario, bisogna creargli uno scaffale apposito, se le librerie non ce l’hanno più. La sopravvivenza del discorso sulla letteratura, oggi, passa improrogabilmente nella capacità di riportare, prendendoli per mano, i lettori a quest’ambito, perché la critica muore in ogni caso, quando si spegne la macchina che produce "il conflitto delle intepretazioni", un'espressione del compianto Romano Luperini. Si tratta per molti versi un’urgenza politica, come leggiamo, riprendendo il primo saggio: “Perché la trasformazione ha un costo che va al di là della letteratura e che dipende dall’esercitare la propria coscienza politica insieme agli altri” (33).

 

Infine, recensire questo volume è per me occasione per ribadire che l’universo Durastanti vada acquisito nell’interezza della sua molteplicità, e nella sua moltiplicazione di forme. Se con Missitalia la vivacità della riflessione, che raggiunge il massimo potenziale nella forma della scrittura saggistica libera, è stata sacrificata al rigore della struttura narrativa – come l’autrice stessa allude nel Prologo favolistico, se vogliamo, attraverso la metafora degli uccelli/scrittori – qui si libera anche della forma compositiva della Straniera presentandosi come una galassia di piccoli pianeti che nel loro moto vicendevole si bilanciano a vicenda. Ma su tutti – casomai ci fossero ancora dubbi – quale che sia il formato scelto, la coesione deriva dalla voce sempre riconoscibile dell’autrice, che emerge dalla sua scrittura. Anzi, un testo così rivoluzionario nella sua apparente ordinarietà è la prova che le cose migliori Durastanti le scrive quando adatta il formato alla scrittura, piuttosto che viceversa, e pazienza se si fa fatica a trovare il giusto posto negli scaffali di una libreria. Nella struttura molteplice del Durastanti-verse, possiamo identificare il filo discorsivo che passa da La straniera a Falsi amici bypassando Missitalia, e in questo filo sottile c’è il mistero del perché ho amato questi due libri in modi più profondi rispetto al volume che vi si interpone, che pure, se andiamo a percorrere invece i fili narrativi, rappresenta una sorta di verso del romanzo-saggio precedente. Adesso, la domanda che ci rimane, è cosa si inventerà questa autrice piena di risorse per stupirci, la prossima volta. E soprattutto, come inganneremo l'attesa del prossimo volume.


Falsi amici di Claudia Durastanti (2026)
Falsi amici di Claudia Durastanti (2026)

 
 
 

Comments


© 2024 Francesco Chianese. Powered and secured by Wix

This website has been optimized for display on devices with a resolution of 2240x1400.

bottom of page